Il Bizzarro Museo degli Orrori – Dan Rhodes (2 – fine)

Il dottore Frohlicher aveva sempre saputo che avrebbe praticato la professione finché gli fosse stato possibile. Ogni volta che partecipava alla festa per il pensionamento di qualche collega, non poteva fare a meno di pensare alle schiere di malati cui stavano voltando le spalle, e capiva che lui non avrebbe mai potuto farlo. Ci teneva moltissimo a tenersi sempre aggiornato nel suo campo e quasi ogni sera si sedeva in poltrona con una rivista medica in mano per sapere degli ultimi progressi. Se le cose fossero andate in altro modo, quelli sarebbero stati i momenti da trascorrere con sua moglie e la famiglia e, quando la metteva in questi termini, riusciva a convincersi che Ute non era morta invano, che la sua dipartita aveva contribuito a fargli raggiungere nuove vette in veste di medico generico. Ogni volta che prescriveva un farmaco che avrebbe potuto non conoscere o indirizzava qualcuno da uno specialista che aveva letto essere all’avanguardia nel suo campo, era come se lui e la moglie stessero lavorando in squadra, e quando il paziente lasciava l’ambulatorio, lui chiudeva gli occhi e diceva: “Grazie, Ute”.

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Nella Sala Dieci, Pensa alle tue fortune, un ragazzo di diciannove anni alto e magro se ne stava rannicchiato dietro un grande pannello, ascoltando le voci che sentiva echeggiare in lontananza – qualcuna mesta, qualcuna rotta dall’emozione – e che parlavano della tristezza di uno scheletro. Sperava solo che la smettessero e andassero via.

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Il Bizzarro Museo degli Orrori – Dan Rhodes

Di notte ‘- in realtà sempre, ma soprattuto di notte – quando la stradina è illuminata soltanto da un occasionale lampione, ben poco distingue il museo dagli altri palazzi della zona vecchia della città. Tutto dipinto di bianco, s’innalza per tre piani prima di rastremarsi in un tetto dalle cui tegole immacolate sporgono diverse finestrelle. Lo si riconosce tra i suoi vicini per la targa d’ottone che, in quattro lingue, ne dichiara il nome e gli orari di apertura al pubblico. Solo avvicinandosi parecchio e strizzando gli occhi nell’oscurità si riesce a leggere cosa c’è scritto, e mentre il primo giorno tiepido dell’anno volge al termine, nessuno si prende la briga di strizzare gli occhi nell’oscurità.

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Il dottore ci mise poco ad andare dal centro alla zona residenziale. Intanto che il vecchio sistemava il nuovo cappio, lui era già arrivato a casa, una villetta in un quartiere tranquillo e pieno di verde. Il cancello principale e la porta del garage doppio si aprirono automaticamente. Appena si furono richiusi alla sue spalle, scese dalla macchina, aprì il bagagliaio, guardò dentro e sospirò.

“Povera bambina” disse in un bisbiglio, quasi temendo di svegliarla. “Povera bambina”. Scosse la testa. “Ma prima, un bel caffè”. Aprì la porta che portava alla cucina ed entrò.

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Poco più di ventun anni prima, in una fredda notte di gennaio in una piccola casa in una piccola città sulle colline portoghesi, in un punto imprecisato nel nord della valle del Douro, nacque un bambino. Quando la levatrice se ne fu andata i neogenitori, finalmente soli, guardarono il loro primogenito che dormiva nella culla. Dopo qualche minuto alzarono gli occhi, e ognuno capì nell’espressione dell’altro che tutt’e due avevano notato la stessa cosa, una cosa che non si aspettavano. Senza parlare, si chiesero perché la levatrice non avesse detto niente. Sembrava solo impaziente di dare una sistemata e andarsene il più in fretta possibile; forse sapeva che, qualunque cosa avesse potuto dire, nulla avrebbe fatto la differenza, ed era qualcosa che i genitori dovevano scoprire da soli. Tornano a guardare il bambino, cercando di scacciare quei pensieri. Dopotutto, era stata una giornata lunga e a volte la mente gioca brutti scherzi ma, per quanto guardassero e riguardassero, quel qualcosa era sempre lì. Ripensarono a tutte le volte che si erano detti che avrebbero amato comunque il loro bambino qualunque cosa fosse successa, e ripeterono a se stessi che era il momento di dimostrarlo. Che nulla al mondo li avrebbe portati ad amarlo di più o di meno. Il bambino aprì gli occhi e per un istante sembrò guardarli dritti in faccia, prima l’uno e poi l’altra. Finalmente parlò.

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Sapeva che di lì a poco l’intera torta sarebbe stata nella sua pancia, ma per il momento la torta era ancora lì davanti a lui e avrebbe potuto essere la sola al mondo. Era colpito da ogni suo tratto. Dall’aspetto, dal profumo e dalla consistenza sulle dita e in bocca. Ma la cosa che in assoluto gli piaceva più di tutte della torta della moglie di Pavarotti era il suo sapore delizioso.

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Il vecchio non aveva sentito niente, ma nel cuore della notte fu svegliato dalla sensazione familiare di una zampa sottile leggera sulla pelle fredda. Per esperienza sapeva cosa voleva dire: era successo qualcosa nelle stanze di sotto, qualcosa di cui si sarebbe dovuto occupare. Sentì il ragno attraversargli la guancia, poi fermarsi un istante prima di lanciarsi nel vuoto della sua bocca. Mentre girava in tondo cercando disperatamente una via d’-uscita, lo bloccò con la lingue e lo macinò con i denti posteriori. Deglutì, poi allungò il braccio sottile e puntò la sveglia alle cinque. Pochi minuti dopo il silenzio della stanza fu spezzato dal brontolio del suo respiro.

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A volte magari, proseguì, la persona sarà sovrappeso o sottopeso, come in questo caso, ma in termini di sapore entrambe queste opzioni sono preferibili rispetto a un soggetto che sia morto in seguito a una malattia lunga e debilitante. Tuttavia, stava ben attento a evitare che lui o Hans potessero avvelenarsi per via indiretta. Era improbabile che morissero per aver ingerito la quantità di sostanza nociva presente nella carne, ma qualche fastidio alla stomaco l’avrebbero avuto, e preferiva evitare.

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TITOLO: Il Bizzarro Museo degli Orrori arton20904

AUTORE: Dan Rhodes

TRADUTTORE: Daria Restani

EDITORE: Newton Compton editori

PAGINE: 248

COSTO: 6,90 euro

In un paesino qualunque nel cuore di una regione imprecisata, c’è un posto molto speciale: un museo dei suicidi, fondato da una ricca benefattrice con il nobile intento di distogliere le anime depresse dai pensieri di morte. Ma quando cala la notte in questo museo succede qualcosa di molto inquietante… Eppure i rumori non turbano il vecchio custode: il tempo di ingoiare un ragno che gli cammina sul viso, e poi chiude di nuovo gli occhi e riprende a russare. Quali orribili segreti si nascondono tra queste mura? E chi è Ernst Fröhlicher, l’enigmatico dottore giunto da lontano con il suo inseparabile labrador nero? Il mistero aleggia sempre più fitto, ma la terribile verità sta per venire finalmente a galla. Tra presenze sinistre, triangoli erotici, suicidi, cannibalismo, personaggi grotteschi e situazioni al limite dell’assurdo, un racconto macabro, avvincente e divertentissimo: un omaggio irriverente e originale alla fantasia più sfrenata.

Newton Compton Editori