Stupore e Tremori – Amélie Nothomb

Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo della signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno.

Si potrebbe dire diversamente. Io ero agli ordini della signorina Mori, che era agli ordini del signor Saito, e così di seguito, con la precisazione che gli ordini verso il basso potevano saltare i gradini della scala gerarchica.

Per cui, alla Yumimoto, io ero agli ordini di tutti.

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Nel modo più naturale successo un evento: incontrai Dio. L’ignobile vicepresidente mi aveva ordinato una birra, pensando evidentemente di non essere grasso abbastanza. Gliel’avevo portata con gentile disgusto. Stavo uscendo all’antro dell’obeso quando si aprì la porta dell’ufficio vicino e mi ritrovai faccia a faccia con il presidente.

Ci guardammo con reciproca stupefazione. Da parte mia era comprensibile: mi era finalmente concesso di vedere il dio della Yumimoto. Dalla sua, era meno facile da spiegare: sapeva della mia esistenza? Sembrava di sì perché esclamò con voce di una bellezza e di una delicatezza fuori dall’ordinario:

“Lei dev’essere Amélie-san!”

Mi sorrise tendendomi la mano. Ero talmente sorpresa che non riuscii a emettere alcun suono. Il signor Haneda era un uomo sulla cinquantina, esile e con un viso di eccezionale eleganza. Emanava da lui un’impressione di profonda bontà e armonia. mi guardò con amabilità così autentica che quel poco di contegno che mi restava svanì.

Se ne andò. Restai nel corridoio, sola, incapace di muovermi. Ma allora il presidente di quel luogo di tortura, dove ogni giorno subivo le umiliazioni più assurde, dove ero oggetto di ogni disprezzo, il padrone di quella geenna era quello splendido essere umano, quell’anima superiore!

Non ci capivo più niente. Una società guidata da un uomo di tale lampante nobiltà avrebbe dovuto essere un paradiso di raffinatezza, un luogo di rigoglio e di dolcezza. Cos’era questo mistero? Possibile che Dio regnasse sugli Inferi?

Ero ancora incantata per lo stupore quando mi arrivò a risposta che cercavo. Si aprì la porta dell’ufficio dell’enorme signor Omochi e sentii la voce dell’infame che mi urlava:

“Cosa sta facendo? Non la paghiamo mica per ciondolare nei corridoi!”

Tutto chiaro: alla Yumimoto, Dio era il presidente e il vicepresidente era il Diavolo.

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Alle sei e mezzo, tornai un’ultima volta al Carmine. I bagni delle signore erano deserti. Lo squallore della luce al neon non mi impedì di sentirmi stringere il cuore: sette mesi – della mia vita? No, del mio tempo su questo pianeta – erano trascorsi in quel luogo. Nulla per cui avere nostalgia. Però avevo un nodo alla gola.

D’istinto, andai alla finestra. Incollai la fronte al vetro e seppi che cosa mi sarebbe mancato: non a tutti era concesso di dominare la città dall’alto del quarantaquattresimo piano.

La finestra era la frontiera tra la luce orribile e la mirabile oscurità, tra i gabinetti e l’infinito, tra l’igienico e l’impossibile da lavare, tra lo sciacquone e il cielo. Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà.

Un’ultima volta mi gettai nel vuoto. Guardai il mio corpo cadere.

Quando ebbe soddisfatto la mia sete di defenestrazione, lasciai l’edificio Yumimoto. Non mi rividero più.

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TITOLO: Stupore e Tremore Stupore-e-tremori

AUTORE: Amélie Nothomb

TRADUTTORE: Biancamaria Bruno

EDITORE: Voland

PAGINE: 120

COSTO: 10,35 €

La giovane Amélie è riuscita a trovare impiego in una importantissima multinazionale giapponese, realizzando il sogno di tornare a vivere nel suo paese d’origine. L’incapacità di adeguarsi allo spietato automatismo della “più grande azienda del mondo” la porterà però a subire, in un crescendo di umiliazioni, l’esperienza di una vertiginosa discesa agli inferi. Unica luce, l’altera bellezza di Fubuki, sottile e flessuosa come un arco. Ma anche lei, nonostante il fascino, resta pur sempre un superiore che ama ostentare il proprio piccolo potere.

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