L’eta Inquieta – Anna Starobinec (part 2 – fine)

Sto camminando per uno stretto, maleodorante sentiero tra le baracche. Le baracche, non so per quale motivo, sono quasi tutte verdi, solo ogni tanto ce n’è qualcuna color marrone scuro. Sto attento a non sfiorarne con le spalle le pareti: sono tutte coperte da uno strato di sostanza viscida, giallastra, e di sterco di uccelli, a cui sono rimaste incollate piume di gallina e di piccione. Le mie scarpe e i calzoni fino all’altezza del ginocchio sono sporchi di fango. E tuttavia, per forza d’inerzia, guardo dove metto i piedi: non vorrei entrare in una pozzanghera o calpestare una cacca di cane.

Accovacciato di traverso sul sentiero, un botolo dal mantello pezzato, con la pancia gonfia e gli occhi foschi, rosicchia un osso di pollo. Avanzo di un passo. Il botolo mi mostra i denti gialli e ringhia debolmente.

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Mi affaccio in camera. Mia figlia ha cinque anni e gioca sul pavimento, bisbigliando qualcosa tra sé. E’ seduta su un tappeto turco a fiori e, mentre ogni tanto si sfrega i calcagni nudi contro il tessuto spesso, fa la treccia a una vecchia, grande bambola. Sorrido e chiudo piano la porta dietro di me, ma mi rendo subito conto che mi sono dimenticato di dirle di mettersi i calzini: apro di nuovo la porta e sento su di me il suo sguardo teso, spaventato.

“Non si fa, papà, non si deve mai fare così!”

“Fare cosa?” mi stupisco.

“Non si deve mai aprire la porta due volte di seguito”

“Perché?”

“Non puoi capire”

“Tu prova a spiegarmi”

“Tanto non ci credi”

“E se invece ci credo?”

“Perché, perché quando fai così” parla velocemente, con foga “quando fai così, si apre una fessura finta, cioè non finta, vera, ma invisibile, tra i mondi, e da quella fessura può saltare fuori Dio” sgrana gli occhi spaventata “e portarti laggiù con lui”

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Le Regole, “crepe nere nell’asfalto”, dettavano le proprie condizioni. Rappresentavano una minaccia. Ce n’erano troppe, e rompevano tutto il ritmo. Sasa trotterellava svelto per la via, con le mani sudate infilate nelle tasche dei jeans. Avrebbe dovuto avanzare in questo modo: quattro passettini, con il quinto scavalcare una crepa appoggiandosi sul piede destro, quindi altri quattro passi corti ed ecco un’altra striscia nera dai contorni erosi, questa volta da scavalcare appoggiandosi sul piede sinistro. Però spesso incontrava le crepe già al terzo o persino al secondo passo; allora frenava incespicava, cambiava precipitosamente passo, ma non riusciva comunque a scavalcarle col piede giusto e tirava avanti terrorizzato, sforzandosi di individuarle con la coda dell’occhio, ma senza assolutamente guardarvi dentro, per non vedere tutto quello che ci si era accumulato: cartine di caramelle, detriti vari, monete e ciuffi d’erba imbrattati di olio per auto.

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Da dove fosse saltata fuori, di preciso non lo so. Molto probabilmente dal frigorifero, dove tenevo una pentola di minestra. Era lì da molto tempo. Moltissimo tempo. L’aveva preparata mia madre, che prima ogni tanto veniva a trovarmi. Minestra di cavoli. Dopo una settimana il contenuto della pentola si era coperto di un sottile strato color verde pallido, e aveva cominciato a puzzare. Avevo chiuso la pentola con un coperchio e l’avevo messa in frigorifero. Mi dispiaceva buttarla via. In fondo, l’aveva preparata mia madre.

Un mese dopo mi ero svegliato di notte in preda a una strana inquietudine. Ero andato in cucina per mettere qualcosa sotto i denti. Nel frigorifero non c’era niente. Due wurstel, dei pel’meni, un limone che avevo strangolato quel mattino. E la pentola.

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