L’età inquieta – Anna Starobinec (part 1)

Soltanto qualche anno più tardi Marina si rese conto che quel giorno, una domenica d’agosto dal sole accecante, era stato l’ultimo giorno bello della loro vita. Non proprio felice, semplicemente bello.

Quel giorno loro tre passeggiavano nel bosco, lei quasi si rallegrava di avere comprato un appartamento a Jasenevo (in quale altro posto, a Mosca, si può ancora trovare un bosco a dieci minuti a piedi da casa?) e guardavano gli uccelli.

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“La vostra è una famiglia infelice?” domandò Elena Gennad’evna, nascondendo educatamente uno sbadiglio con la mano paffuta.

“In che senso?”

“Nel senso… incompleta?” chiarì Elena Gennad’evna in tono confidenziale, mentre i suoi occhi bovini di un colore azzurro appannato assumevano un’espressione ancora più interrogativa.

“E cosa c’entra?” replicò cupa Marina.

“Be’, in realtà un certo legame lo posso notare.” Elena Gennad’evna incrociò sul petto le braccia lattee, su cui spiccavano braccialetti e macchie di pigmento. Evidentemente si preparava a una lunga conversazione dai contenuti riservati.

pag. 13

Quando il figlio aveva dieci anni (frequentava la quarta), Marina era stata convocata a scuola dalla responsabile della classe, che le aveva detto che Maksim si appropiava regolarmente della colazione del compagno Lesa Gvozdev, e se la mangiava (Marina aveva visto, una volta, quel bambino gracile, malaticcio, con le vene azzurrine che trasparivano sotto la pelle del viso): formaggini dolci e panini con il burro, che Lesa si portava da casa. Il fatto era venuto alla luce solo il giorno prima, quando una ragazzina aveva assistito e si era ribellata. Gvozdev non osava raccontare tutto agli insegnanti: Maksim lo aveva minacciato di strangolarlo e di seppellirlo nel bosco, se la cosa fosse venuta fuori.

“Di seppellirlo nel… bosco?” aveva ripetuto a bassa voce Marina.

“Proprio così. Nel bosco.” aveva confermato, con un’espressione impenetrabile del volto, la responsabile della classe “Vuole sapere il seguito?”

Marina aveva provato a figurarsi Maksim che con entrambe le mani stringeva il collo esile, da pulcino, di Lesa Gvozdev. Gli occhi di Lesa Gvozdev iniettai di sangue, che uscivano dalle orbite, il terrore sulla faccia livida…

“Ho pregato vostro figlio di fermarsi dopo la fine delle lezioni, e gli ho chiesto come avesse potuto comportarsi così. Sa cosa mi ha risposto?”

Marina aveva fatto cenno di no con la testa.

pag. 17

Squilla il telefono.

Neppure adesso, dopo che da due settimane è stato installato in casa un enorme acquario con la soluzione, neppure adesso riesco a decidermi.

E’ il quarto giorno di seguito che mi telefonano dalla fabbrica per dirmi: è pronto.

Ma io sono ancora qui a riflettere. Non sono del tutto convinta.

Mento. E’ già tutto deciso da un pezzo, e io la sto solo tirando in lungo. Non posso cambiare idea. E certo non per il fatto che ho già pagato (tra l’altro una somma notevole, molto notevole), ma perché negli ultimi giorni sto vivendo solo per questo, almeno così mi pare. E se oggi cambiassi idea, domani non troverei un solo motivo valido per alzarmi, vestirmi, ingurgitare del cibo… insomma un motivo per tirare avanti.

pag. 83

Dima arrivò di corsa sul marciapiede appena due minuti prima della partenza del treno. Investendo ripetutamente per un minuto la cuccettista con il suo alito alcolico corretto alla menta, si frugò nelle tasche della giubba alla ricerca del biglietto. Alla fine, da buon padrone, sbaciucchiò la compagna di viaggio dalle guance rosee e, con abbrivio impetuoso, infilò i misura la porta del vagone oscillante.

Nello scompartimento, a parte lui, non c’era nessuno. Dima lottò a lungo con lenzuola e coperta, tirando ora di qua ora di là, tutto concentrato nel suo compito, e imprecando tra sé. Dopo esserne venuto a capo, con un gemito, si abbandonò pesantemente sulla cuccetta superiore, ficcò il borsellino sotto il guanciale e si addormentò di colpo.

pag. 127

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