L’elefante scomparso (e altri racconti) – Haruki Murakami

Quand’è stata la prima volta che ho incontrato un cinese?

Questa frase, così com’è, nasce per così dire da una preoccupazione archeologica. Etichettare i diversi reperti, dividerli per genere, analizzarli.

Ad ogni modo, quand’è che ho incontrato il mio primo cinese? Suppongo sia stato nel ’59 o nel ’60, ma un anno o l’altro non ha nessuna importanza. Anzi, direi che non fa la minima differenza. Ai miei occhi, il ’59 e il ’60 sono come due gemelli che indossano brutti vestiti uguali. Supponendo di poter salire su una macchina del tempo e tornare indietro a quegli anni, farei molta fatica a distinguere l’uno dall’altro.

Eppure continuo con perseveranza la mia opera. Allargo l’area degli scavi e trovo nuovi frammenti, a volte minuscoli, che incominciano a formare una figura.

S’, era sicuramente l’anno in cui Johnson e Patterson si disputarono il titolo di campione del mondo dei pesi massimi. A questo punto mi basterebbe andare in una biblioteca e sfogliare le pagine sportive di qualche raccolta di vecchi giornali. Così sarebbe tutto risolto.

L’indomani mattina prendo la bicicletta e mi reco alla biblioteca del quartiere.

pag. 7

La incontrai al matrimonio di amici, tre anni fa, e andammo subito d’accordo. C’era una differenza di undici anni tra noi, quasi un intero zodiaco cinese, lei ne aveva venti, io trentuno. Ma questo non costituiva un problema. All’epoca avevo tante di quelle cose di cui preoccuparmi, che onestamente non mi restava il tempo di badare a inezie del genere. D’altronde anche lei, fin dall’inizio, non aveva dato la minima importanza ai miei anni. Altra circostanza irrilevante, io ero sposato. Ma età, famiglia, stipendio e cose del genere sembravano essere per lei fattori puramente congeniti, come la grandezza dei piedi, il timbro della voce o la forma delle unghie. Uno ci si poteva arrovellare sopra quanto voleva, non i poteva cambiare. E a pensarci bene , è proprio così.

Lei studiava pantomima con un certo Tal dei Tali, un maestro famoso, e per vivere faceva la modella pubblicitaria. Però trovava quale lavoro noioso e spesso rifiutava gli ingaggi che le procurava il suo agente, di conseguenza guadagnava ben poco. Tanto all’insufficienza dei guadagni suppliva la benevolenza dei suoi numerosi innamorati. Non ne sono certo, ma è quello che tra un discorso e l’altro dedussi dalle sue parole.

Non sto però dicendo che andasse a letto con degli uomini per denaro. Forse si trattava di rapporti molto più spontanei. Tanto spontanei che probabilmente molte persone finivano col riversarle addosso in diverse forme, senza neanche rendersene conto, vaghe emozioni che tenevano sopire dentro di sé – la benevolenza per esempio, l’affetto, la rinuncia. Non riesco a spiegarmi bene, ma grosso modo si trattava di un fenomeno del genere.

pag. 31

Mentre dormivo mi apparve un nano che mi chiese di ballare.

Sapevo benissimo che stavo sognando, ma dato che anche nel sogno ero esausto, rifiutai educatamente: “Mi scusi, ma sono stanco, non me la sento”. Il nano non se la prese, e si mise a ballare da solo.

Aveva posato per terra un giradischi portatile, e danzava al suono dei dischi che andava cambiando. Dopo averli ascoltati una volta li lasciava così, senza infilarli nella loro custodia, tanto che alla fine erano sparpagliati tutt’intorno allo stereo e non si capiva più niente. Finì col cacciarli in custodie a caso, i Rolling Stones in quella dell’orchestra di Glenn Miller, il coro di Mitch Miller in quella Dafn e Cloe di Ravel.

Comunque il nano non sembrava preoccuparsene, danzava al ritmo di un disco di Charlie Parker che era venuto fuori dalla custodia di Raccolta di pezzi per chitarra classica. Io lo guardavo mangiando dell’uva, la sua danza mi ricordava il vento.

Mentre ballava, il nano sudava abbondantemente. Quando scuoteva la testa il sudore gli schizzava via dalla fronte, quando agitava le mani gli cadeva dalla punta delle dita. Eppure continuava a ballare senza fermarsi. Appena il disco finì, io posai a terra la scodella dell’uva e ne misi un altro. Il nano riprese la sua danza.

“Balli proprio bene, sai?” gli dissi “Sei la musica personificata.”

“Grazie” rispose lui in modo studiato.

pag. 51

Appresi dal giornale la notizia che l’elefante era scomparso dal suo capannone in città. Quella mattina mi ero svegliato al suono della sveglia delle sei e tredici, come sempre: andato in cucina, mi ero preparato il caffè e delle fette di pane tostato. Poi avevo sintonizzato la radio sull’emittente americana e mi ero messo a mangiare il mio pane col giornale del mattino aperto sul tavolo. Avendo l’abitudine di leggerlo tutto con ordine dall’inizio alla fine, mi ci volle parecchio tempo prima di arrivare alla notizia della scomparsa dell’elefante. Gli articoli in prima pagina riguardavano le frizioni negli scambi commerciali internazionali e la politica interna, poi venivano la politica estera, l’economia, la critica letteraria, la corrispondenza con i lettori, gli annunci economici, lo sport. Le notizie locali occupavano le ultime pagine.

L’articolo in questione era in testa alla cronaca regionale. L’elefante sparisce dalla città, diceva il titolo a grossi caratteri, poi il sottotitolo in caratteri più piccoli: Fra i cittadini cresce la paura. Messa in causa la responsabilità del guardiano. C’era anche la fotografia di alcuni poliziotti che ispezionavano il capannone dell’elefante, ormai deserto. Aveva qualcosa di innaturale, sembrava troppo vuoto, senza espressione, come un grande animale disidratato al quale avessero tolto le interiora.

Spazzai via le briciole di pane cadute sul giornale, e lessi attentamente quell’articolo riga per riga. Avevano constatato la scomparsa il 18 maggio – il giorno precedente cioè – alle due del pomeriggio.

pag. 137

Sono già diciassette giorni che non riesco a dormire.

Non si tratta di insonnia. L’insonnia un po’ la conosco, quand’ero all’università una volta ho sofferto qualcosa di simile. Con “qualcosa di simile”, intendo dire che non so come si possa definire esattamente il disturbo di cui soffrivo. Forse un medico me lo avrebbe detto, se l’avessi consultato, ma a cosa mi sarebbe servito? Intuivo che andarmi a fare visitare sarebbe stata fatica sprecata, pur non avendo un motivo particolare per pensarlo, di conseguenza non lo feci né parlai della cosa ai miei famigliari o a qualche amica. Tanto mi avrebbero solo consigliato di vedere uno specialista.

Quella condizione “simile all’insonnia” era durata un mese. Per tutto un mese non feci mai un bel sonno profondo neanche una volta. La sera andavo a letto e mi dicevo be’, adesso si dorme. E nello stesso istante come per reazione mi trovavo più sveglia di prima. Sforzarmi non serviva a nulla. Anzi, più cercavo di dormire più restavo lucida. Provai a bere qualcosa di forte, a prendere qualche sonnifero, niente, non mi facevano nessun effetto.

Sul far dell’alba, cominciavo a provare una certa sonnolenza. Ma non si poteva veramente dire che dormissi. Era come se toccassi appena con la punta delle dita le frange del sonno. La mia mente però era vigile. Mi appisolavo un po’, ma in una stanza vicina, separata da mura sottili, la mia coscienza era ben desta e non mi perdeva di vista. Nel debole chiarore, continuavo a sentirne lo sguardo e il respiro, mentre il mio corpo si abbandonava al torpore. Ero al tempo stesso un corpo che cercava di dormire, e una mente che voleva restare sveglia.

pag. 245

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