Il Condominio – Stanley Elkin

“Non un sogno”, avrebbe scritto, “non una visione, nemmeno una fantasticheria. Non un capriccio e neanche un’aspirazione. Non uno schifosissimo scopo né uno squallido fine.Qualcosa di più robusto, riconosciuto. Più reale di tutto ciò. Più reale come può esserlo una gallina domani in confronto a qualsiasi uovo oggi. Alla stessa stregua della morte e delle tasse.

“Un posto dove vivere, dove stare. Da quale vortice della storie è saltata fuori questa idea di seconda pelle? Da quale incipit, da quale gene essenziale della nudità è venuta, affaticata come un polmone, insistente come le sequenze logiche del battito cardiaco, i sillogismi del corpo, questa necessità di scorza, tegumento, pellame? (C’è poco da stupirsi se i nostri papà sono stati sarti, utilizzatori di ago e di filo, o se le nostre madri sul tavolo della sala da pranzo disponevano un’archeologia, prima in legno verniciato, lustrato e tirato a lucido con la cera, poi uno spesso panno imbottito, dopodiché il linoleum, poi una semplice tovaglia e poi un centrino all’uncinetto, e a coprire il tutto un telo di plastica con sopra una fruttiera, un piattino di caramelle, un vaso di fiori, e tutto questo non certo a scopo protettivo, men che meno ornamentale, ma solo come segno di un tropismo innato nei confronti della massa e della pelle.) Quale spaventoso e traumatico senso di esclusione ha ingenerato questo bisogno, quale vile espulsione da quale caverna durante quale incredibile tempaccio infame?

pag. 23-24

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