I Tessitori di Sogni – Patti Smith

Ho sempre immaginato di scrivere un libro, quantomeno un libriccino, capace di trasportare il lettore lontano, in un regno inaccessibile alle misurazioni e persino al ricordo.

Immaginavo un sacco di cose. Che avrei brillato. Che sarei stata in gamba. Avrei abitato a capo scoperto su una vetta, girando una ruota che avrebbe fatto girare la terra e, senza che nessuno se ne accorgesse, avrei avuto una certa influenza; mi sarei resa utile.

Curiosi desideri volteggiavano in aria rendendo leggere le membra di una bambina tetra, dalle gambe smilze, che riusciva a malapena a impedire alle cavigliere di scomparire nelle scarpe pesanti.

pag. 15

C’era un campo. C’era una siepe formata da grandi cespugli che incorniciava la mia prospettiva. Consideravo sacra quella siepe – la fortezza dello spirito. Veneravo altresì il campo, con la sua erba alta e invitante e il suo maestoso piegarsi al vento.

Al di là di questo, sulla destra, c’era un frutteto, e sulla sinistra un fienile imbiancato a calce con la scritta HOEDOWN HALL sopra la porta a due battenti. Qui, la domenica sera, ci incontravamo e danzavamo tutti al suono del violino e al canto del violinista.

Più tardi, dopo il bagno, mia madre mi pettinava i capelli e mi rimboccava le coperte mentre dicevo le preghiere. Aspettavo che il silenzio calasse su ogni cosa,

pag. 19

La mente di un bimbo assomiglia a un bacio sulla fronte: aperta e disinteressata. Gira come la ballerina in cima a una torta di compleanno con i suoi strati glassati, tossici e dolci.

Il bambino, confuso dalla banalità, si muove agevolmente nelle stranezze, finché la nudità non lo terrorizza e turba, e allora cerca un riparo, un po’ di ordine. Sbircia, spigola; mette insieme un folle patchwork di verità – di quelle selvagge e caotiche, che non hanno quasi nulla a che fare con la verità.

La crudele intensità di tale processo può generare qualcosa di bello, ma spesso solo una lacrima nel cui luccichio torcersi e dimenarsi. Una cima di corda che spazza un’arena più remota e abbacinante che mai.

pag. 29

Indolente, sotto il cielo, a contemplare questo e quello. La natura della fatica. La natura dell’ozio e il cielo stesso con masse fluttuanti così vicine che si potrebbe prendere la lazo una nuvola per farne un cuscino o riempirsi la pancia. Tirar su i fagioli e il sugo con un pezzo di carne di nube e stendersi per una piccola siesta. Che vita!

Un giorno regale. E’ il suo compleanno. E in questa rara, squisita atmosfera lui respira. E’ nato mentre ardeva il falò e il falco rosso volteggiava. Sua madre lo portava sulla schiena e suo padre lo cullava con le melodie di una ruvida ballata.

Bada a come scopri la tua anima.

Bada a non scoprirla affatto.

pag. 35

Ho sempre avuto una specie di zaino, poco più di un pezzo di stoffa o di pelle legato con un nodo. Questa sacca, degna compagna, una volta aperta offre un mondo definito dai suoi contenuti – mutevoli, unici, amati.

Questo insolito fagotto è sempre stato la mia consolazione, il mio gradito fardello. E tuttavia ho imparato che non è saggio legarsi ai souvenir che custodisce. Perché appena mia concentro su un certo oggetto, ecco che finisce fuori posto, o scompare.

Avevo un rubino. Imperfetto, bello come sangue sfaccettato. Veniva dall’India, dove il mare li deposita a riva. A migliaia – le gocce del dolore.

pag. 41

Ghosts di Ayler sul giradischi. Un suono come di strappi, di dita che risolute aprono squarci in una rete. Il pavimento era disseminato da dizionari – spagnolo, arabo… inchiostri Omas, fogli di pergamena, dischi della E.S.P., bastoncini sacri, tessuti con lustrini e Poems of a Millionaire. Detriti del poeta. Folle bottino che spesso inventariavo nel cuore della notte,

Il documenti arricciato nell’aria pesante. Una riproduzione su pergamena della Dichiarazione acquistata durante una spedizione in terza elementare al Franklin Insitute, nel 1955. Occupava un posto di rilievo nel mio tesoro.

pag. 45

Era un pomeriggio umido, caliginoso, e, sebbene l’umore fosse buono, i miei polsi e il intero essere avvertivano l’avvicinarsi del temporale. Nell’angolo c’erano la tinozza cilindrica che usavo, capovolta, come tavolo per il dorje, la cassetta da viaggio, una ciotola d0argento per le offerte e la lampada di burro piccola ma molto antica. Le spostai con cura e le avvolsi in un panno. Poi pulii la tinozza, la riempii d’acqua molto calda e sale marrone, e feci un lungo bagno. Il sale assorbì il dolore delle mie membra e dopo un semplice pasto di pane e caffè tirai fuori il mio cesto da cucito. Avevo intenzione di fare una coperta per mio fratello: un patchwork da cowboy. Mal dal momento che lavoravo a mano, lentamente e con scarsa abilità, probabilmente avrebbe dovuto patire il freddo di diversi inverni prima di averla.

pag. 51

Entrai in un terreno familiare e non diverso dalla città di Rey. Abitazioni – forme geometriche – scolpite nelle steppe di un paesaggio arido, tutte con finestre non più grandi di una mano. Andai di casa in casa distribuendo tagli di garza pesante, da razionare come zanzariere. Ma alcune donne li usarono per farne dei veli e altre li immersero in tini di tintura fatta con l’henna. Li distesero, un verde acceso che si asciugò in un viola sbiadito al sole. Vi attaccarono lustrini di sottili lamine di mica. Li indossarono come scialli e danzarono sui tetti. Qualche lustrino precipitò come una stella cadente e io lo raccolsi e lo infilai nella tasca del cappotto.

pag. 53

Avevo un gran mal di testa. Continuava a martellarmi e mi fece entrate nel folle regno in cui la ghigliottina sembra una buona idea. Cercai a tentoni le forbici e, senza pensarci due volte, mi tagliai i capelli. Spazzate via le trecce di cui mi ero disfatta, mi trascinai fino al lavandino per rinfrescarmi il viso e il collo. Poi tornai a rannicchiarmi sulla stuoia sentendomi in qualche modo libera, e scivolai grata nel sonno.

Mi svegliai nel cuore della notte. Sopra la mia testa, oltre il lucernario aperto, c’era la luna – di un oro acceso – come lo scudo di un giovane guerriero, colmo di terrore eppur risoluto.

Quanto immobile pareva ogni cosa

quanto elaboratamente immobile

e tutto quello cui riuscivo a pensare mentre

giacevo lì

balzando da una collina all’altra

era la frase

“La salvezza è nel movimento.”

pag. 57

L’acqua bollente stava traboccando dal bricco. Filtrai una manciata di menta e versai. Per lavar via tutti i mali in modo che diventino una nota a piè di pagina. Camminiamo sui carboni ardenti. Sembra non ci sia nulla che non possiamo fare. Veniamo acclamati al mercato. Picchiamo sul bongo; soffiamo nell’ancia. Per ritirare ciò che è più delicato; per distruggere la natura.

Esaminai le mie pareti tappezzate di caratteri infantili. Mi era successo di turbarmi per una linea di contorno, il laccio di un grembiule. Certe cose e la forma delle cose. Un colletto bianco inamidato. Grandi mani su un cappotto scuro. Per liberarmi di queste inquietanti proporzioni disegnavo, ma dopo un po’ il disegno diventava fine a se stesso. Diventava un lavoro, una tortura che presto abbandonavo.

pag. 63

Accesi il fuoco sotto una padella di fagioli Joan of Arc; versai dell’olio sui brandelli di lattuga e aprii una bottiglia di Gatorade. Aveva una gran fame, così rimasi in piedi a mangiare, poi scrostai il tegame e lo lascia nel lavandino. Una volta sazia cambiai marcia, rovistando in giro finché non trovai quello che cercavo – una videocassetta di Orphée di Cocteau – che cacciai nel videoregistratore, raggiungendo con l’avanzamento veloce la parte sulla morte di Cégeste – il giovane rivale di Orfeo, ebbre e sprezzante. Mettendo in pausa su un’immagine del Café des Poets, mi scrollai di dosso il presente ed entrai liberamente in quella vicenda infiammata da una colonna sonora di motociclette e bonghi. Mi appoggiai al muro di fronte all’uscita, concentrandomi sulla frangetta e sul maglioni Beat di Juliette Greco, mentre Orfeo contava amaramente da un latro universo.

pag. 65

TITOLO: I Tessitori di Sogni I tessitori di sogni

AUTORE: Patti Smith

EDITORE: BOMPIANI

TRADUTTORE: Andrea Silvestri

PAGINE: 120

COSTO: 9 €

“Nel 1991 ho vissuto nei sobborghi di Detroit con mio marito e i miei due figli, in una vecchia casa di pietra posta accanto a un canale che si gettava nel lago Saint Clair. Amavo profondamente la mia famiglia e la nostra casa, e tuttavia quella primavera conobbi una terribile e inesprimibile malinconia. Me ne stavo seduta per ore sotto i salici, persa nei miei pensieri. Fu in questa atmosfera che cominciai a scrivere I tessitori di sogni. Cominciai a dedicarmici al principio dell’autunno, proprio mentre le pere iniziavano a prender forma. Scrissi a mano su fogli di carta millimetrata, e il 30 dicembre 1991, il giorno del mio quarantacinquesimo compleanno, portai a termine il manoscritto. Qualcuno mi ha chiesto se definirei I tessitori di sogni una fiaba. Ho sempre adorato questo genere di racconti, ma temo che non possieda i requisiti necessari. Tutto ciò che è contenuto in questo libro è vero, ed è stato descritto esattamente com’era. La sua stesura mi ha scosso dal mio strano torpore e spero che in qualche modo colmi il lettore di una vaga e singolare gioia.” Patti Smith.

BOMPIANI

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